Insegnare Italiano L2 a scuola la risorsa della multiculturalità in classe. Veronica Camaioni Fellow Teach For Italy

Insegnare Italiano L2 a scuola: la risorsa della multiculturalità
in classe

La storia di Veronica Camaioni, Fellow 2024 di Teach For Italy in provincia di Vicenza, impegnata a prevenire l’alienazione degli studenti e delle studentesse neoarrivate valorizzando la loro cultura madre.

In territori caratterizzati da un forte background migratorio, la molteplicità di lingue e culture viene troppo spesso raccontata esclusivamente come un ostacolo o un ritardo da colmare. Ma cosa succede quando capovolgiamo questa narrazione e trasformiamo la diversità nel punto di partenza per costruire una vera comunità?

A raccontarcelo è Veronica Camaioni, Fellow della coorte 2024 di Teach For Italy, insegnante di potenziamento della lingua italiana (L2) in una scuola secondaria di primo grado della provincia di Vicenza. Ci troviamo in un territorio dove il basso tasso di disoccupazione attrae molta forza lavoro dall’estero, generando sfide educative complesse. Spesso infatti i ritmi lavorativi intensi limitano la partecipazione delle famiglie alla vita scolastica e questa forte mobilità si traduce in continui ingressi di alunni e alunne ad anno scolastico già avviato.

L’Istituto scolastico in cui opera Veronica è lo specchio di questa realtà. Accoglie un’utenza con un background socio-economico spesso fragile e convive con una percentuale di studenti e studentesse con cittadinanza non italiana superiore alla media. Tra inserimenti in corso d’anno, prime alfabetizzazioni e un aumento dei bisogni educativi speciali (BES/DSA), la necessità di personalizzare la didattica è quindi priorità. Eppure, le 26 nazionalità presenti tra i banchi rappresentano un’importante risorsa per promuovere l’educazione interculturale.

Veronica si scontra con un pregiudizio ancora molto radicato, in cui c’è l’illusione che, per integrarsi, gli studenti debbano mettere da parte la propria lingua d’origine e la propria cultura. Una convinzione dannosa che rischia di creare veri e propri “orfani linguistici”. In questa intervista esploriamo come garantire il riconoscimento delle proprie origini e supportare le famiglie nella comprensione del contesto scolastico italiano, sia la chiave per sviluppare la fiducia e l’agency di studentesse e studenti neoarrivati, guidandoli a diventare protagonisti del proprio futuro anziché chiudersi dietro a un muro di alienazione.

Già da prima di entrare nel mondo della scuola ho sviluppato la consapevolezza che ci fosse un problema nel modo in cui raccontavamo la lingua italiana e il suo apprendimento. Spesso ho sentito dire in ambienti scolastici che gli studenti con background migratorio non devono parlare la propria lingua a casa con l’illusione che questo possa facilitare l’apprendimento della lingua italiana.

Privare un bambino o una bambina della propria lingua non solo non permette di migliorare automaticamente l’italiano ma è una grave violazione del diritto alla sua identità linguistica e sociale. La lingua si chiama madre per un motivo, definisce il modo in cui vediamo il mondo, le emozioni che proviamo: negare la lingua madre significa creare orfani linguistici.

Avere una classe di 25 studenti e studentesse con diverse lingue è una ricchezza speciale che non dobbiamo dare per scontata o trattare come un problema, ma che dobbiamo cogliere per rendere la scuola a tutti gli effetti un luogo di scambio dove tutte le lingue hanno la stessa dignità e vengono utilizzate per far sentire gli studenti visti e considerati.

Le ragazze e i ragazzi neoarrivati spesso affrontano un primo periodo di totale alienazione rispetto al gruppo classe e si ritrovano di a fronte due possibilità, dalla cui scelta dipenderà il loro futuro. O scelgono che imparare l’italiano è importante e rilevante per loro, e di conseguenza prendono in mano la propria vita e il proprio percorso di apprendimento, oppure si chiudono sempre di più nella loro bolla, alzando un muro linguistico e sociale che rende impossibile il loro sviluppo all’interno della comunità.

Questa “scelta” avviene spesso inconsciamente e già nelle prime settimane dall’arrivo in Italia, quindi, è fondamentale che le figure come gli insegnanti guidino e influenzino gli studenti in modo positivo, consolidando in loro il senso di agency e la fiducia nelle proprie capacità.

La realtà dove lavoro mi ricorda spesso un collage di tanti pezzi diversi, piccole comunità chiuse e sconnesse tra di loro unite solo dalla propria nazionalità e dalla propria classe sociale. Chiaramente, il segmento più chiuso e diffidente è rappresentato dagli italiani. La scuola ha un ruolo fondamentale perché è forse l’unico contesto istituzionale in cui i diversi comparti si mescolano, ma non dobbiamo illuderci, come succede a volte, che il solo fatto di coesistere nello stesso edificio sia garanzia di inclusione.

Spesso le nostre classi sono percorse da divisioni identiche a quelle che si ritrovano fuori da scuola. Per creare il senso di connessione e di comunità non basta la semplice prossimità fisica, ma ci vuole una precisa volontà formativa: cambiare le prospettive, far salire in cattedra chi di solito è in fondo alla classe, coinvolgere attivamente anche le persone più emarginate, programmare avendo come obiettivo l’inclusione di tutti sono sicuramente passi importanti da compiere per creare una vera comunità.

Sento di aver raggiunto un successo quando mi rendo conto che è avvenuto uno scambio tra me e gli studenti. Con i ragazzi e le ragazze di terza stiamo progettando la stesura di un libro bilingue, in italiano e nella loro lingua madre, che verrà poi donato alla scuola primaria per fare in modo che anche i bambini abbiano dei testi nella loro lingua.

Un giorno una studentessa molto diligente e timida, mentre lavorava a questo progetto e scriveva il suo nome in italiano e in caratteri bengalesi, ha scritto anche il mio nome in bengalese. Questo è lo scambio, il sentire che qualcosa, mai troppo piccolo, è tornato indietro, sapere che lei ha insegnato a me qualcosa di suo. Ora so che, nonostante tutto l’impegno che ci sta mettendo per imparare l’italiano, lei non si vergogna della sua lingua.

Dalla prima volta che mi sono ritrovata davanti a una classe so che questo sarà il mio lavoro per tutta la vita, perciò il mio percorso da Alumna di Teach For Italy si svolgerà principalmente all’interno delle classi e delle scuole. Riconosco però l’importanza fondamentale della rete che stiamo creando con gli altri Fellow: nei prossimi anni sarà proprio questa rete a darci la possibilità di moltiplicare il cambiamento che ognuno di noi porta dentro e fuori dalla scuola.

Veronica Camaioni
Fellow 2024 – Teach For Italy

Torna in alto