La Fellow di Teach For Italy Marialuisa in classe

“Prof., devo dire una cosa alla classe, ma vorrei che lei mi aiutasse”

Dalla classe di Marialuisa Matera a Torino

Dare un nome alle parole è dotarle di forma e significato. La forma che gli diamo può farle diventare plastiche come una busta in cui conservare la frutta fresca appena acquistata. Molli come una penna di pasta quando la lasci cuocere più del dovuto. A tratti scottanti, sonore, se le assaggi senza munirti di una forchetta. Qualche volta risuonano nel petto di chi le ascolta dure come un sasso: “Via!” Lo senti? Una parola, tre lettere e una miriade di scene in cui qualcuno sostanzialmente potrebbe agire in un qualche modo che noi possiamo solo immaginare. La forma dota le parole di un corpo: un elemento grazie al quale le parole che pensiamo hanno un peso. Il modo in cui lo percepiamo, l’aria che ci tolgono quando si muovono nella mente e le sensazioni che suscitano quando vagano fuori e dentro di noi, rendono le parole reali e potenti. O almeno nella mia testa, esistono così.

Maneggiare le parole mi fa pensare a quei pizzaioli che si adocchiano dalle vetrine di via dei Presepi passeggiando nel centro di Napoli. Un volteggiare di farina, acqua e sale che si muovono tra le dita del proprio creatore. Serve manualità per diventare bravi. A scuola c’è sia la farina che l’acqua. Io mi immagino che il sale sia quello che portano gli studenti e il lievito è un po’ la volontà mia e quella loro che si incontrano a metà strada. La teoria e la pratica pedagogica fanno da condimento, e ogni giorno si sfornano nuove pizze di parole.

Ieri nella mia classe c’era un odorino di pizza a dir poco meraviglioso. Erano giorni che Giorgio* fremeva dal voler dire qualcosa e mi guardava dritto dritto con i suoi occhi azzurri, fissandomi lì davanti alla cattedra. Per lui i primi giorni non erano stati facilissimi. All’inizio c’era stato da capire come ricordarsi gli ingredienti, poi come tenere dritto il piano di lavoro per impastare. Insomma, le peripezie non mancavano. La scuola primaria era andata male. I suoi compagni lo isolavano e la docente lo affidava rassegnata alla collega di sostegno perché non sapeva come aiutarlo. È arrivato da noi per nulla scoraggiato. Si vedeva che il vissuto gli aveva fatto male ma non aveva nessuna intenzione di arrendersi. E così è stato. Non si è perso d’animo quando mi ha detto che vedeva una psicologa due volte alla settimana, non lo ha fatto quando mi ha chiesto una mano per capire come maneggiare l’olio e la farina. La sua determinazione era la mia grinta, la sua forza di volontà, il lievito per una classe intera. Mi ha stupito ogni giorno, fino a ieri, quando mi ha lasciato quasi del tutto senza parole.

G: “Professoressa, devo dire una cosa alla classe, ma vorrei che lei mi aiutasse”.
Prof.ssa: “Va bene Giorgio, vuoi dirla adesso o alla fine della lezione?”
G: “Indifferente, voglio dirla”
Prof.ssa: “Benissimo. Ragazzi, ascoltate un attimo; Giorgio vuole dire qualcosa a tutti noi, restiamo in silenzio e lo ascoltiamo? Vai Giorgio”.
G: “Io volevo dire che se qualche volta mi vedete usare gli schemi durante i compiti e le mappe nelle interrogazioni, non è perché sono avvantaggiato ma perché sono dislessico. Per me non è un problema, anzi, è una difficoltà come le altre e volevo dirvelo”.
Prof.ssa: “E la professoressa aggiunge che anche nella valutazione Giorgio, come tutti coloro che hanno qualche difficoltà, non sono avvantaggiati ma valutati, insieme agli altri, nelle competenze che raggiungono. Vi ricordate che cosa vi avevo detto all’inizio dell’anno? Ognuno funziona diversamente e tutti noi abbiamo energie che spendiamo in modo differente. Supponiamo che a me serve capire se hai compreso perché studiamo l’Impero Romano, la grammatica o l’Epica. Io formulerò la mia domanda in modo che tu possa trovare la strada giusta per arrivare alla risposta. Che è la stessa per tutti. Giorgio vuoi aggiungere ancora qualcosa?”
G: “No, grazie professoressa, ho detto tutto.”
P: “Qualcuno vuole dire qualcosa…?”

In classe eravamo tutti un po’ commossi. Ho guardato i volti dei miei studenti e li ho visti attoniti. Qualcuno aveva gli occhi lucidi e forse anche io. Qualche giorno prima di lui, Daniele* della prima affianco alla loro, aveva fatto lo stesso; lasciare scritto sulla bacheca della gratitudine all’ingresso della scuola la seguente frase:

“Grazie perché sono Asperger, Daniele”

Nel momento in cui l’ho letta, lui era accanto a me e ha notato i miei occhi sulle sue parole. Mi ha guardato e ha detto: “Professoressa, l’ho scritto io! Volevo che tutti sapessero il mio segreto!”. Per me in quel momento era come se Daniele e Giorgio avessero creato le pizze più buone del mondo e le avessero distribuite gratuitamente a tutti i compagni. Avevano dato forma alle parole più difficili, scelto con cura gli ingredienti e con coraggio e maestria le avevano sfornate.

Foto di Marialuisa Matera
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